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Utente Senior
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Tre giorni dopo la corte Costituzionale dichiara illegittimo il lodo Schifani, la leggina fatta apposta per esonerare il paroliere di Apicella dai regolari processi a suo carico, alla vigilia del glorioso semestre europeo a guida italiana.
La notizia che forse l'offensore la fa franca suscita lo sconcerto di molti gentiluomini della Casa, per esempio di Mario Giordano, che firma un vibrante editoriale sul Giornale, e pure dell'onorevole avvocato Pecorella, che dichiara al Corriere della Sera: "Assolvere chi insultò il premier rischia di creare un pericoloso precedente".
Le leggi ad personam, i condoni e le tempeste mediatiche contro la magistratura danno invece il buon esempio.
"Del resto", dirà poi, "quel cittadino non aveva alcun motivo per dargli del buffone".
Un abitante del pianeta Papalla non potrebbe dir meglio.
E in un certo senso concordo: voglio farmi processare, almeno io.
Se l'ultima Salva-Delinquenti andrà in porto potrei essere l'unico condannato del processo Sme, per reato connesso.
Son soddisfazioni.
L'avvocatura dello Stato, con ricorso firmato dall'avvocato Michele Damiani, si oppone alla richiesta di archiviazione e il Gip Adriana Pizzonia, esaudendo i desideri di entrambe le parti, accoglie il ricorso e fissa l'udienza.
Più sobriamente del querelante nomino come difensori due liberi professionisti: mio fratello Mino e l'amico Umberto Ambrosoli, figlio di Giorgio, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana ucciso l'11 luglio 1979 da un sicario al soldo del bancarottiere Michele Sindona, con il sostegno della loggia P2, l'associazione culturale alla quale - com'è noto - erano iscritti il querelante e numerosi uomini dell'attuale maggioranza di governo.
Una rinfrescata di memoria, ogni tanto, non fa male.
Il 15 novembre 2004, davanti al giudice di pace di Milano Lidio Morone, senza arrossire, l'avvocato dello Stato Michele Damiani, con delega scritta del sottosegretario Gianni Letta, dichiara di costituirsi parte civile.
Secondo Letta e Damiani avrei creato "un danno all'onore e al decoro della presidenza del Consiglio", un'istituzione notoriamente nobilitata da Sua Eccellenza Capelluta Prescritta e Liftata.
Il danno per la "lesa presidenza" è quantificato in 50.000 euro.
Cifra invero modesta, se l'accusa avesse un qualche fondamento.
Il giudice di Pace, accogliendo l'obiezione dei miei avvocati, esclude dalla causa la presidenza del Consiglio in quanto l'ipotesi di reato non tocca l'Istituzione, bensì "si riferisce solo a sofferenze psichiche di una persona fisica".
Sofferenze psichiche.
Quanta umana verità tra le righe di un'ordinanza!
Chi rappresenta pro tempore una Istituzione, per quanto fulgida sia la sua gloria, non è dunque titolato a identificarsi con essa.
Norma banale della democrazia, si poteva pensare.
Ma c'è stato bisogno di un giudice di pace per riaffermarla.
Sarà così semplice, mi chiedo, difendere un proprio diritto, per i politicamente malvisti, quando la magistratura sarà sottomessa all'esecutivo, come si vuole con la "riforma" dell'ordinamento giudiziario?
Volevano creare un precedente per scoraggiare i dissidenti, e gli è andata male.
La notizia, forse troppo tecnica, fatica a passare.
Tacciono i tg nazionali.
Il Corriere cartaceo non la dà. "Non mi è stato possibile", mi confiderà il cronista.
Repubblica fa un box ma non la centra.
Il Sole 24 Ore si supera: nel sommarietto in prima pagina del 17 novembre, scrive col titolo in neretto: "Ingiurie al premier, Berlusconi non si costituirà parte civile".
Lo spunto viene da un lancio Adn Kronos, in cui l'onorevole avvocato Ghedini, altro esemplare servitore dello status, rimescola le carte e dice: "Si voleva solo salvaguardare il prestigio dell'Istituzione, non c'è alcun accanimento verso il signor Ricca".
Meno male.
Poche settimane dopo Claudio Gentili, non proprio inviso al grande Puffo, lascia il posto a Ferruccio de Bortoli alla guida del Sole.
I direttori passano, i rompiscatole restano.
Il 17 dicembre spiego in aula ragioni, contesto e significato della mia critica politica, ribadendo concetti già espressi in molte sedi di dibattito pubblico.
Ho con me chili di documentazione.
Parlo di impunità del potere, menzogna, censura, vandalismo costituzionale, questione morale, libertà di espressione, responsabilità individuale.
Mi difendo nel processo, insomma.
Vengono acquisiti due miei dossier.
Uno è intitolato "Gag Gaffe Boutade".
L'altro "Politica e Processi".
Anche quel famoso "Buffone", spiego al giudice, è una definizione critica e non certo un'ingiuria.
Come altrimenti definire, senza offenderlo, un tizio che ciancia e gesticola a quel modo? Entra nel fascicolo anche la voce "Buffone" del Vocabolario Treccani.
Il 18 febbraio 2005, su richiesta del pubblico ministero onorario dott. Enrica Marinelli, il giudice di Pace mi condanna a una multa di 500 euro, pena minima per il reato di ingiuria.
E' la mia prima condanna: sempre meglio che per un falso in bilancio.
Questi i motivi: quel termine è offensivo in sé; un corridoio non è luogo adatto alla critica politica; ero consapevole del rischio di offendere; non è rilevabile alcuna provocazione nel comportamento del criticato; la presenza dei giornalisti costituisce un'aggravante.
Verificherò se i giudici della Cassazione abbiano una maggiore dimestichezza con la logica giuridica, una visione più ampia della libertà di critica e anche una conoscenza più esatta della lingua italiana.
Scrive Morone: "Non vi è dubbio che la parola Buffone rappresenti un termine offensivo, (…) anche in un'interpretazione estensiva (come l'imputato sostiene di averlo usato) e cioè locuzione atta a individuare persona incoerente, priva di credibilità".
Siamo di fronte a un verdetto che riflette "il buon senso" della maggioranza, come esigono i giureconsulti leghisti?
Lo diranno le prossime elezioni.
La vox populi del mondo digitale, intanto, è chiara.
Il motore di ricerca Google, selezionando la voce Buffone, fornisce come primo documento la biografia dell'attuale presidente del Consiglio.
Senz'offesa per i clown, naturalmente.
Ma quante ingiustizie nel mondo analogico! Chi gli ha dato del "Mafioso" è stato fatto Ministro delle Riforme; io ambirei almeno al titolo di stalliere di Arcore
Attraverso la Reuters, la notizia fa di nuovo il giro del mondo, dal Messico all'Ungheria. Sul Sidney Morning Herald viene pubblicata in una rubrica dal titolo "Casi strani dal mondo".
Mi duole aver contribuito a questa ulteriore capitolo del "complotto antitaliano" della stampa estera.
Questa volta anche i tg nazionali si scomodano.
Dando la notizia della condanna, i direttori embedded forse credono di rendere omaggio al permaloso uomo del destino.
Verificherò che il loro zelo è eccessivo, distribuendo volantini nei mercati.
La famosa "gente", mi sembra, comincia a essere un po' stufa di un capetto linguacciuto e maneggione, ingiudicabile, che esige e ottiene pure la condanna di un cittadino che lo critica.
Il commento più sapido è di un signore napoletano: "Mo' chillo è 'o bbuono e tu sì 'o malamente".
Capita, quando i cittadini modello di Tangentopoli reggano la res publica.
La multa comunque non mi avvilisce.
Il giorno dopo, sabato 19 febbraio, sono già da un'altra parte: a Busto Arsizio, per la precisione, a contestare Sua Eccellenza Padana Roberto Castelli.
Estratto dal botta e riposta.
"Lei è il ministro dell'impunità del potere e dell'accanimento verso i deboli!". "Lei è un ignorante, si vergogni!". "Lei ha studiato legge su Topolino". Dopo la consueta identificazione, Castelli - bontà sua - annuncia alla stampa che non mi denuncerà, perché "non mi ha offeso, come ha fatto con Berlusconi".
Fa parte della storia il trattamento da sorvegliato speciale che mi viene riservato. L'ordine di identificarmi è continuativamente eseguito.
Quando il querelante si appalesa in pubblico a Milano, negli ultimi tempi la mia libertà di movimento viene limitata dalla polizia di Stato, neanche fossimo tornati ai giorni gloriosi del Ventennio.
In cinque mi bloccano per quaranta minuti, il 27 giugno 2004, davanti al seggio elettorale di via Scrosati, dove il querelante tenne il suo famoso comizietto illegale a urne aperte.
Ero lì, con alcuni amici, per verificare che non si ripetesse.
Il 29 gennaio 2005 vengo caricato in auto a forza e trattenuto in commissariato per tre ore, il tempo necessario per consentire al Puffone di ricordare degnamente Craxi al centro congressi Le Stelline, davanti a un plaudente pubblico di sostenitori e pregiudicati.
Se non si sentono amati, questi giganti della Storia chiamano la polizia.
"Lei ha precedenti di turbativa dell'ordine pubblico", mi spiega una simpatica dirigente di polizia per motivare il fermo preventivo ad personam.
Viene il dubbio che nella neo-lingua di Puffonia, per "ordine pubblico" non si intenda altro che "quieto vivere".
Sono davvero curioso di sapere se e come il ministro degli Interni Giuseppe Pisanu risponderà all'interrogazione presentata al riguardo da un gruppo di senatori.
Sottesa al minuscolo caso personale, c'è una questione di rilievo quasi filosofico, riassumibile nel seguente quesito: a cosa serve la legge in democrazia?
A proteggere i potenti che la trasgrediscono dal rischio di pacifiche contestazioni di piazza, o a tutelare i semplici cittadini dal rischio di abusi di potere?
Io una mia idea ce l'avrei. Ma per una parola di chiarezza bisognerà consultare Licio Gelli, il Venerabile Maestro.
Anche un altro prescritto eccellente, Giulio Andreotti, viene protetto con zelo.
In autunno due della Digos mi impediscono di partecipare a un convegno pubblico in memoria di Alcide de Gasperi.
Il senatore a vita vi figurava come ospite d'onore.
Ma chi offende le Istituzioni?
I legislatori prescritti per mafia e corruzione, o i cittadini che vedono lo scandalo?
A marzo Don Giulio mi spedisce un biglietto autografo su carta intestata del Senato, in risposta a una mia lettera aperta.
"Io non sono stato assolto per prescrizione", si legge nel delizioso incipit. Lo racconti a Bruno Vespa.
Non mi bloccano il 16 ottobre 2004, durante la campagna elettorale per le suppletive di zona 3 a Milano, sicché riesco a comunicare al "premier" questo pensiero: "Giù le mani dalla Costituzione, bugiardo prepotente egoista affarista piduista!".
Il cronista dell'Asca capisce "Terrorista".
Segue meccanica identificazione.
Ma questa volta dalla presidenza del Consiglio nessuna querela, chissà perché.
Un dispositivo di protezione per certi versi analogo viene messo in atto dalla nutrita schiera degli opinionisti e dei politici di area governativa.
L'elenco di tutti gli attestati di stima di cui involontariamente mi gratificano con la loro cialtronesca insolenza, sarebbe lungo e noioso.
Mi limito a due esempi.
Per il ministro Giovanardi sono un "violento fascista"
Lo afferma ripetutamente, protetto dall'insindacabilità parlamentare, la sera del 5 maggio 2003, in una diretta su Telelombardia.
Un modo onorevole per guadagnarsi il pane?
Alcuni guardiani delle Libertà si spingono oltre.
Una multa non basta, "ci vuole la gogna, le legnate, gli schiaffi", sostiene Marcello Veneziani, consigliere di amministrazione Rai, il 19 febbraio 2005, sulla prima del quotidiano Libero.
"Suvvia, era un paradosso", mi farà sapere dalla segretaria l'intellettuale di riferimento della destra italiana.
Ecco, è punteggiata di episodi e personaggi simili questa piccola storia: pregiudicati per corruzione e collusi con la mafia onorati come padri nobili, azzeccagarbugli e bravacci manzoniani che fanno i deputati e i direttori, certi oppositori dialoganti che ogni governante si augurerebbe, una psicopolizia che protegge gli eversori dal rischio di una pernacchia, e - su tutto - la titanica figura di un anguillesco imputato, feudatario dell'etere, che con lo stile del ciarlatano da fiera si erge a salvatore della patria.
Che tempi!
Ma è una storia anche attraversata dalla solidarietà di tantissime persone perbene.
Tra queste, uomini come Sartori, Bocca, Cordero, Furio Colombo, Don Ciotti, Consolo, Fo.
Eccoli, i mandanti morali dell' "agguato".
Sarà un caso che nessuno di loro abbia bevuto il latte alle Botteghe Oscure?
Di questa vicenda hanno colto il senso, con pochi tratti di matita, due artisti di satira: Danilo Maramotti e Massimo Bucchi.
Il primo ha raffigurato la famosa querela come una denuncia per "istigazione alla legalità".
Il secondo ha raccontato quel mio urlo con una vignetta in cui da un autobus esce una nuvoletta con un sonore "Buffone!", mentre una sghemba didascalia spiega: "Kamikaze su autobus italiano".
Sotto il governo dei "liberali", Stato di diritto e libertà di espressione appaiono lussi da rinviare a tempi migliori.
Ora urgono altre priorità: abbattere la tirannide comunista, esportare pace e democrazia in Medioriente e naturalmente preservare l' "onore delle Istituzioni".
Senza trascurare, nei ritagli di tempo, la manutenzione dei giardini nelle ville secretate e dei conti neri nei paradisi off-shore.
E poi si offendono se uno li chiama Buffoni
Piero Ricca
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