Ieri mio marito che doveva andare a fare il colloquio domani, mi ha detto che il colloquio è rimandato al 17.
I bambini hanno sentito e gli hanno chiesto: "Che colloquio?"
Il loro più grande sogno sarebbe venire a vivere qui, dove siamo ora, presso di lui in Toscana.
Ha risposto, evasivo, che c'era una possibilità di trovare un lavoro nel bresciano.
"Che lavoro?" ha chiesto mio figlio.
Lui era in imbarazzo.
Ho provato a venirgli in aiuto, dicendo al bambino che non sapevamo ancora bene che tipo di azienda fosse, ma lui, incapace di mentire, come al solito, gli ha detto la verità.
Il bambino è scoppiato a piangere: "papà no, ti prego, no! Non andare a lavorare in un posto che fa cose così brutte, che ammazzano e uccidono!".
Lui (mio marito) era in imbarazzo, non sapeva cosa dire.
La bambina non ha detto verbo.
Io ho cercato di trovare una spiegazione che risolvesse parzialmente la situazione.
Ho spiegato loro che il lavoro attuale è incertissimo, che il posto del papà è a rischio tutti i giorni, che non è detto che venga assunto nella nuova ditta e che, comunque, vicino a BS potrebbe cercare, nel frattempo un altro lavoro e che lo fa per essere più vicino.
Il bambino si è calmato.
Ma nel cuore della notte è venuto da me, ancora con le lacrime, dicendo: "Mamma, dì al papà che gli dò i soldi del salvadanaio, anche A. (la sorella) è d'accordo, così li dà alla sua azienda e la salva (mio Dio che tenero), e che preferisco che sia 400 km da casa piuttosto che in una fabbrica di armi".
Non sapevo cosa dire.
Non ho chiuso occhio.
A mio marito non ho detto nulla e stamattina e per tutta la giornata ho cercato di distogliere i bambini da tutta la faccenda.
Non so proprio come fare.
OT. Conte sono tanto felice di rileggerti che avresti anche potuto insultarmi che non mi sarei affatto offesa.
Lorenzo
