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Usa, nel congresso si fa strada un’altra svolta: tassare le transazioni finanziarie - 13/10/2009
La crisi globale sta cambiando sempre di più la “geografia finanziaria” del Pianeta. Non solo in termini prettamente economici: anche politici. Da mesi ormai Paesi che per decenni hanno tollerato (se non addirittura incoraggiato) i paradisi fiscali si stanno muovendo in una lotta senza precedenti all’evasione fiscale. Nazioni che storicamente hanno puntato su economie basata soprattutto sull’apporto del settore privato si scoprono d’improvviso stataliste e dirigiste. E ora, nella culla della finanza mondiale, Wall Street, si fa strada un’ipotesi impensabile fino a qualche tempo fa: introdurre una tassazione sulle transazioni finanziarie.
Con il budget federale in profondo rosso, i legislatori americani (in particolare quelli di sponda democratica) hanno infatti adocchiato le ingenti somme che deriverebbero da un’imposta del genere. I sindacati statunitensi, in particolare l’AFL-CIO, hanno proposto per primi di imporre una tassa ad hoc sulle transazioni. E l’ipotesi sta facendo breccia anche in parlamento. Secondo i legislatori che appoggiano l’iniziativa, un’operazione simile potrebbe garantire la copertura dei costi dei controlli sul sistema finanziario, che saranno aumentati considerevolmente nel prossimo futuro.
L’Economic Policy Insitute, organismo storicamente schierato a sinistra, ha spiegato che un’imposizione del genere potrebbe garantire un flusso di entrate fiscali compreso tra 100 e 150 miliardi di dollari all’anno. Si tratterebbe di un fee pari allo 0,1-0,25% del valore di ciascuna transazione. Le uniche ad essere esentate sarebbero quelle effettuate tramite carta di credito, al fine di preservare i consumatori. Le entrate - riferisce il Wall Street Journal - sarebbe utilizzate dapprima per pagare gli aiuti di Stato, quindi per incentivi al settore pubblico e a quello privato.
Va registrata l’opposizione del portavoce del gruppo repubblicano al congresso, John Boehner, che ha criticato l’idea, bollandola come capace di «erodere i risparmi delle famiglie e portare ancora i capitali lontani dagli Stati Uniti».
Stati Uniti: c’è un buco profondo 1,4 trilioni - 08/10/2009
Le spese effettuate dal Governo degli Stati Uniti nell’anno fiscale appena concluso (30 settembre) eccedono le entrate di 1.400 miliardi di dollari segnando così il peggior dato dal 1946 a oggi. I dati, resi noti dall’ufficio del bilancio del Congresso, non sono ancora ufficiali (si attende la conferma e l’eventuale correzione da parte del Tesoro) ma appaiono già di per sé inquietanti. Nel 2008 il rosso era stato di 459 miliardi, quasi un trilione di meno. Il deficit, che compensa il 9,9% del Pil, risulterebbe comunque inferiore alle previsioni rese note nell’agosto scorso (1.580 miliardi) quando, però, il calcolo dei costi del salvataggio delle agenzie Fannie Mae e Freddie Mac era stato sovrastimato.
A scavare un profondo buco di bilancio, ricorda l’agenzia Reuters, ci sono ovviamente gli interventi di sostegno alle banche e la spesa destinata a finanziare le politiche anticicliche ma anche, inevitabilmente, la contrazione del gettito fiscale prodotta dalla recessione. L’ammontare delle tasse pagate dai contribuenti americani si è attestato sui 2.100 miliardi segnando una riduzione del 16,6% rispetto all’anno passato. Le uscite sono aumentate del 17,8% (3.500 miliardi), la spesa per i sussidi di disoccupazione è più che raddoppiata (120 miliardi). Unica vera nota positiva è il forte calo degli interessi sul debito pubblico, diminuiti del 23%.
Bank of America cede: Cuomo ottiene i documenti sull’acquisizione di Merrill - 13/10/2009
Bank of America ha accettato di trasferire al procuratore generale di New York, Andrew Cuomo, la documentazione relativa all’acquisizione di Merrill Lynch & Co. A riferirlo sono, questa mattina, alcuni organi di stampa americani, che citano fonti vicine alla più grande banca americana in termini di raccolta di depositi.
Meno di un mese fa, il magistrato, vista la reticenza del board dell’istituto di credito a fornire in particolare i documenti relativi alle consulenze legali che furono effettuate all’epoca della transazione, aveva emesso cinque mandati comparizione. Ad essere chiamati a testimoniare sono stati un attuale e quattro ex membri del board di BofA. Ora, invece, arriva da parte della banca un approccio più conciliatorio, con il quale l’istituto spera di alleggerire la pressione della magistratura statunitense.
I dirigenti hanno votato l’autorizzazione a fornire le informazioni richieste dalla procura newyorkese venerdì scorso - riferisce il Wall Street Journal - e ora potrebbe tentare di risolvere anche la questione legata ad un’altra inchiesta, avviata dalla Securities and Exchange Commission. Quest’ultima si è concentrata, in particolare sul fatto che nel novembre 2008 Bank of America distribuì alcuni prospetti ai suoi investitori in cui si sosteneva che Merrill non avrebbe distribuito bonus, cosa che invece avvenne puntualmente dopo la fusione. Alcuni documenti interni tenuti nascosti agli azionisti ma emersi di recente, dimostrano come BofA avesse dato invece in anticipo il nulla osta all’erogazione dei bonus.