Non tuttu i titoli sono uguali. Occhio a scadenze e modalità di pagamento
Quando siamo alla fine del 2011, possiamo affermare con certezza che abbiamo vissuto l’anno finanziario peggiore dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, perché se è vero che molti ricollegano il 2011 al 1992, l’anno orribile della crisi della lira e dell’economia italiana, è indubbio che mai come in questi mesi si sia parlato di rischio default per il nostro Paese.
L’attenzione mediatica si è spostata sui titoli di stato ed espressioni come “spread” sono ormai di uso comune, a conferma dell’impatto che sta avendo da mesi la tensione sul mercato dei nostri bond.
Ma se le borse crollano (Piazza Affari ha perso il 25% in un anno), le stesse obbligazioni private non sono più così sicure (si vedano i numerosi casi di ristrutturazione del debito delle società e delle banche), gli investitori hanno iniziato a ributtare l’occhio sui titoli di stato, notando la convenienza di bond che sono arrivati a offrire il 6,5% per la scadenza semestrale.
Tuttavia, a fronte della volontà di buttarsi su BoT e BTp, c’è il timore di perdere almeno parte dell’investimento, se dovessero concretizzarsi le voci di un possibile default italiano. D’altronde, nessuno fino a un anno e mezzo fa circa avrebbe scommesso sul default greco, ma è poi nei fatti accaduto, per quanto pilotato.
Ma allora come orientarsi tra le varie possibilità che il mercato offre per i titoli di stato italiani? Quale scenario dovremmo attenderci nel 2012?
Considerazione sugli scenari economici possibili
Premesso che fare previsioni in questi mesi si è rivelato un esercizio arduo, per non dire inutile, sono due gli scenari su cui possiamo principalmente ragionare: 1) la crisi dell’Eurozona rientra lentamente, con una schiarita che dovrebbe essere avvertita nella seconda metà dell’anno; 2) la crisi non rientra e lo scenario di una ristrutturazione del debito italiano non è più solo teorica.
Ad oggi, sembra molto più probabile il primo scenario, oltre che più auspicabile. Ciò ci consente di prevedere un fatto importante: se piano piano ritorna sui mercati finanziari la fiducia nei nostri bond, questi riacquisteranno valore e chi già oggi li possiede e non li ha venduti sul mercato secondario, per non incorrere in minusvalenze, col passare dei mesi potrebbe riuscire a farlo, ottenendo anche guadagni di non poco conto, se consideriamo contro quale deprezzamento essi sono andati a sbattere nella seconda metà del 2011.
Titoli di nuova emissione
Per quanti, al contrario, volessero comprare titoli di nuova emissione, bisogna precisare alcune caratteristiche di ciascun titolo, che rende ogni bond diverso dall’altro.
I BoT sono titoli di breve durata, che vanno dai 3 mesi, ai sei mesi e ai 12 mesi. I titoli semestrali e a un anno sono emessi regolarmente una volta al mese, mentre i BoT a tre mesi sono collocati dal Tesoro sulla base del fabbisogno di liquidità. Tutti sono senza cedola. Ciò significa che il guadagno per chi investe deriva dalla differenza tra il valore di rimborso alla scadenza e quanto pagato all’asta (compro a 96 e mi danno 100. 100-96 è quello che guadagno). Negli ultimi mesi, il rendimento di questi titoli è letteralmente esploso, tanto da fare parlare di inversione della curva dei rendimenti, visto che il semestrale è arrivato a offrire più del 6,5% a fine novembre.
Tuttavia, a meno di un clamoroso precipitare della situazione, trattandosi di titoli a breve durata, essi sono consigliabili per quanti dispongano di liquidità e preferiscano investirla in un prodotto che al momento remunera certamente al di sopra del tasso di inflazione e che non ha pari tra le obbligazioni private, anche se l’asta di questa settimana ha già ridimensionato i rendimenti, dimezzandoli sulla scadenza semestrale.
I BTp, invece, sono titoli con cedola fissa pagata ogni sei mesi e che hanno una durata pluriennale, fino ai 30 anni. La scadenza a 10 anni è stata quella maggiormente nell’occhio del ciclone, trattandosi del benchmark a cui gli analisti e i media fanno riferimento, misurando il famoso spread, al fine di valutare il rischio Paese.
Questi titoli sono generalmente più rischiosi, anche in assenza di tensioni sui mercati, perché avendo una durata più lunga, scontano possibili fattori di rischio, come l’inflazione non prevedibile nell’arco degli anni e la stessa tenuta del debito nel lungo periodo (si pensi ai 30 anni).
Tuttavia, sarebbe forse consigliabile il loro acquisto sul secondario, perché se la crisi tendenzialmente rientrerà, in un arco di tempo non brevissimo, ma nemmeno lunghissimo, essi dovrebbero apprezzarsi, soprattutto per il possibile ritorno agli acquisti nel tempo da parte delle banche, che finora li hanno evitati solo per un puro effetto contabile imposto dall’Eba, peraltro, molto criticabile.
I CcT sono certificati di credito, che il Tesoro emette con cedola semestrale e per una durata di sette anni. La cedola è legata al rendimento dei BoT a sei mesi, più una maggiorazione. Un’altra versione, introdotta lo scorso anno, è quella dei CctEu, ossia di titoli con le stesse caratteristiche dei CcT, ma la cui cedola è legata all’Euribor a sei mesi. Malgrado siano considerati titoli con una certa attrazione, anch’essi sono stati oggetto di tensioni e non sono preferibili nelle fasi in cui si prevedano improvvisi aumenti notevoli nei tassi.
Il CTz è un titolo a “zero coupon”, nel senso che non ha cedola. Ha durata biennale e questo significa che non si avrà alcun ritorno prima dei 24 mesi, sempre che non si decida di venderlo prima sul secondario e in questo caso non è detto che si ricaverà una plusvalenza.
Infine, i BTp€i sono titoli poliennali, la cui cedola e il cui capitale al rimborso vengono rivalutati al tasso di inflazione dell’Area Euro. Pertanto, essi sono titoli che offrirebbero in teoria una fortissima protezione dall’inflazione. Infatti, la cedola offre un interesse semestrale, che viene aumentato del tasso d’inflazione e lo stesso capitale, rimborsato dopo X anni, viene rivalutato per l’inflazione dell’Eurozona di tutto il periodo X. Non solo. Anche qualora (caso teorico) si dovesse registrare una cosiddetta “deflazione”, ossia i prezzi scendono, anziché salire, il capitale rimborsato non scenderà mai sotto 100, ossia sotto il valore nominale.
Il vero problema per un investitore italiano è che se l’inflazione nel nostro Paese fosse maggiore della media Euro, questo prodotto non sarebbe di per sé consigliabile. E a tale proposito va sottolineato come generalmente l’Italia abbia una inflazione annua non inferiore a quella media dell’Eurozona, ma anzi molto spesso la supera, anche se di pochi decimali.
Consigli sugli investimenti
Pertanto, il consiglio generale è di investire in titoli a lunga scadenza, solo se si ha la possibilità di non smobilizzare tale investimento anche per anni, perché non è detto che il titolo possa essere nel breve termine rivenduto sul secondario, realizzando una plusvalenza. Ma si consideri anche che l’acquisto di un titolo a scadenza lunga (oltre i 5 anni) potrebbe essere considerato una garanzia anche dal rischio default, perché molto difficilmente anche nel caso estremo di ristrutturazione del debito, questo potrebbe avere ripercussioni negative sulle scadenze tra molti anni.
Chi punta, invece, alla realizzazione veloce di un guadagno, allora dovrebbe senz’altro acquistare BoT o al massimo BTp fino a 3 anni. Il loro rendimento è alto e la cedola (per i BTp) offre un reddito minimo garantito durante tutto l’arco dell’investimento. Tuttavia, in caso la crisi dovesse precipitare (ma è solo un’ipotesi più teorica, al momento), sarebbero proprio questi a maggiore rischio, trattandosi di titoli a breve scadenza.
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