|Finanza
05 gennaio 2012, ore 12:28  |   Unicredit

Unicredit, aumento di capitale: titolo sprofonda ai valori del 1992

Perso il 14,45%, dopo annuncio del maxi-sconto sul Terp

Brutta, peggio del previsto la reazione degli investitori alla notizia di ieri sui dettagli dell’aumento di capitale di Unicredit. Il cda della banca ha infatti stabilito che le nuove azioni saranno emesse al prezzo di 1,943 euro ciascuna, con un rapporto di due nuove azioni per ognuna già posseduta. Fatti i conti, ciò equivale a uno sconto del 43% sul valore teorico di borsa dell’ultima seduta del 3 gennaio, una percentuale ben più alta di quel 35% medio, che gli analisti si attendevano. La reazione della borsa è stata impietosa, per quanto in parte attesa. Il titolo ha perso ieri il 14,45%, dopo essere stato sospeso in mattinata per eccesso di ribasso. In termini di capitalizzazione, la banca ha bruciato 1,9 miliardi e ciò non è un buon segnale, nel momento stesso in cui si chiede un aumento di capitale di 7,5 miliardi. (Unicredit: aumento capitale con maxi sconto, titolo a picco)

Agli investitori non va giù il maxi-sconto, che crea anche la convenienza a vendere le azioni attuali, per poi riacquistare quelle di nuova emissione a prezzi stracciati. Il confronto con la media europea è negativo, così come con il passato recente della stessa Unicredit, ma ha a che fare proprio con alcune peculiarità negative di questa fase a Piazza Cordusio.

Lo sconto medio europeo applicato in questi mesi sulle nuove emissioni è del 35%, la stessa percentuale attesa fino a ieri mattina per Unicredit. Tuttavia, bisogna considerare che la banca sconta un impatto molto forte dalla ricapitalizzazione, in quanto le nuove azioni rappresentano il 60% del valore attuale di capitalizzazione, così come si è accentuata negli ultimi mesi la volatilità del titolo, che sui trenta giorni è al 67%. Infine, non bisognerebbe dimenticare che è insito in qualsiasi operazione di aumento di capitale in Italia un rischio Paese, dopo gli attacchi speculativi contro i nostri bond, che non si sono affatto affievoliti. E già nel 2011, il titolo Unicredit è sprofondato a Piazza Affari, perdendo il 60% del suo valore.

Proprio il tentativo di incoraggiare investimenti dall’estero ha spinto i vertici a pensare a un maxi-sconto, dato che attualmente il 58,5% delle azioni Unicredit si trova nelle mani di investitori stranieri.

Né può essere fatto un raffronto con la ricapitalizzazione di Unicredit del 2010, quando le azioni di nuova emissione furono prezzate il 29% in meno del Terp. Ma allora si trattava di aumentare il capitale di “soli” 4 miliardi, ossia il 10% dell’allora capitale della banca. E sempre allora, la volatilità del titolo a trenta giorni era dimezzata rispetto ai valori attuali, attestandosi al 30%.

Quindi, bisogna fare i conti con una situazione straordinaria, tutta in negativo, che probabilmente non avrebbe consentito un’azione diversa. D’altronde, l’ad Federico Ghizzoni tenta di mostrarsi fiducioso sull’esito dell’operazione, chiarendo che il miglioramento dei ratios patrimoniali e l’aumento della liquidità consentiranno a Unicredit di potere essere la prima banca europea a vedere la luce in fondo al tunnel.

Lo stesso Ghizzoni ha ribadito che ci sarebbero anche le condizioni macro-economiche, per incoraggiare gli investimenti in Italia, grazie alla manovra del governo Monti, che avrebbe riportato la fiducia nel nostro Paese e con l’annuncio della fase due, essa dovrebbe attecchire.

Sta di fatto che l’agenzia finanziaria Bloomberg, commentando il tonfo di ieri in borsa, ha stimato che il valore di capitalizzazione di Unicredit oggi sarebbe in linea con quelli del 1992, quando ancora la banca si chiamava Credito Italiano e l’Iri era il principale azionista.

Ma il capitolo Unicredit è arricchito in questi giorni anche dall’affaire Premafin-FonSai. La banca vanta oltre 160 milioni di crediti verso la famiglia Ligresti e detiene una partecipazione del 6,6% nella holding, che potrebbe essere minacciata da un’eccessiva diluizione di capitale Premafin nella controllata Fondiaria Sai, quest’ultima in fase di ricapitalizzazione fino a 750 milioni.

Per questo, Unicredit preme nella direzione di un nuovo socio per Premafin, che rilevi la quota dei Ligresti. Un’ulteriore forma di pressione su Piazza Cordusio, che la dice lunga sullo stato critico attuale sia della banca in sé, che della finanza italiana, in generale.

Gli azionisti attuali si sarebbero impegnati per una sottoscrizione del 24% delle nuove azioni, il che non potrebbe essere considerato un dato entusiasmante. Il rischio è che si sommino due elementi, che congiuntamente potrebbero andare verso una direzione negativa per l’esito della ricapitalizzazione: l’alta percentuale (maggioritaria) di azioni in mano a investitori esteri, che temono il rischio Paese; soci italiani quasi tutti fondazioni bancarie, sotto stress in questi mesi, tali da non potersi permettere di partecipare in tutto o in parte all’aumento di capitale.

Il segnale di Blackrock, da questo punto di vista, non è stato positivo, essendo sceso dal 4,2% all’1,71% proprio a ridosso dell’inizio della ricapitalizzazione. (Unicredit: Blackrock vende oltre metà della sua quota)

Print Friendly

SEGUICI SUI SOCIAL
 

 

Commenti

Per inviare un commento devi fare il login.

Lascia un tuo commento +

Emoticons :-)  :D  :mrgreen:  :(  ;-)  :roll:  :mad:

Switch to our mobile site