|Finanza
10 luglio 2012, ore 12:55  |  Borsa Milano

I Fondi sovrani alla conquista dell’Italia

I fondi sovrani sono nel 36% delle società quotate in Italia e rappresentano il 6% del pil mondiale. Vi spieghiamo perchè i fondi sovrani non conquisteranno solo le borse europee ma tutto il Vecchio Continente, ecco il neo-statalismo colonizzatore

Gli investimenti stranieri sono sempre ben accetti, perché portano capitali esterni alla propria economia e rappresentano un segnale di fiducia che l’estero assegna a uno stato. A maggior ragione, quando questi capitali esteri fluiscono in tempi di crisi. La questione cambia, quando gli investimenti sono effettuati dai cosiddetti fondi sovrani. Essi sono società di proprietà degli stati, ossia organismi privati, ma il cui azionista di riferimento è uno stato. Malgrado il loro comportamento sia a tutti gli effetti simile o identico a quello di qualsiasi altra società privata, il rischio insito in queste operazioni è che si tratti del tentativo dello specifico stato-azionista di controllare una o più società straniere o, persino, un’intera economia.

 

Il caso del fondo sovrano cinese

La questione è esplosa negli ultimissimi anni con riferimento alla situazione della Cina. Grazie al meccanismo distorto del tasso di cambio fisso, Pechino gode di liquidità per almeno 3.500 miliardi di dollari. Questo flusso immenso di denaro, pari alla somma del pil di Italia e Spagna o più della ricchezza dell’intera Germania, sarebbe potenzialmente in grado di controllare l’intera economia europea, attraverso l’acquisizione delle sue società quotate in borsa. Particolare non di poco conto: la Cina non è una democrazia, ma un’autocrazia comunista.

 

I numeri della penetrazione dei fondi sovrani nelle quotate italiane

Ma torniamo ai numeri. Il centro-studi della Consob ha scoperto che il 35,6% delle società quotate a Piazza Affari è partecipata da un qualche fondo sovrano. L’esempio più eclatante è quello di Unicredit, il cui primo azionista è il fondo di Abu Dhabi, Aabar, socio al 6,5%, seguito da un altro 6,5% dei fondi libici della Banca Centrale di Tripoli (4,9%) e della Lia (1,6%), che fa capo al ministero della Difesa.

Ma sono in tutto 102 le società italiane, che risultano essere almeno minimamente partecipate da fondi sovrani, contro il 25% circa delle società quotate a Londra e meno del 20% di quelle a Francoforte e Parigi. Altro dato: sono 172 le società interessate in Francia, 174 in Germania e 400 nel Regno Unito. In altri termini, nelle altre piazze finanziarie europee, non solo è inferiore la quota delle imprese partecipate da fondi sovrani, ma sono più numerose le società coinvolte. Tuttavia, mentre il peso dei fondi sovrani a Piazza Affari è del 2,2% del suo valore di capitalizzazione, in Germania arriva al 2,6% e nel Regno Unito al 3%, sebbene con partecipazioni più “diluite” che in Italia. Sotto la Francia, con il 2%.

La Consob ha evidenziato, poi, che esiste anche un problema di trasparenza. Dei 72 fondi sovrani esaminati, solo 14 risultano trasparenti, con un sito internet che informa, ad esempio, sulla composizione del portafoglio azionario. Questo è il sintomo di un problema potenzialmente molto grosso, perché mette in luce la possibilità che alcuni stati sovrani possano utilizzare i fondi per “colonizzare” fette di economia di altri Paesi.

Non è affatto un caso che tra il 2007 e il 2011, ossia negli anni della grande crisi finanziaria globale, il peso di questi sia raddoppiato, passando dal 3% al 6% del pil mondiale e da una gestione patrimoniale di 2.000 a 4.600 miliardi di dollari.

Il 60% di queste società arriva dall’Asia e gestisce il 76% dell’intero patrimonio dei 4.600 miliardi di cui sopra. E solo i primi cinque arrivano al 50%, confermando l’alta concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi fondi.

 

Il fondo sovrano norvegese

Ma attenzione a pensare che i fondi sovrani abbiano solo il turbante o gli occhi a mandorla. Infatti, se il primo per gestione patrimoniale è l’Abu Dhabi Investment Authority, con 625 miliardi di dollari, al secondo posto troviamo la Norvegia con 530 miliardi, che attraverso il suo fondo pensioni pubblico è entrato nel capitale di Generali, proprio in questi giorni. Vi chiederete come mai la Norvegia. In effetti, ha qualcosa in comune con gli stati arabi e alcune economie emergenti: esporta petrolio.

Le materie prime, in primis, l’oro nero, creano la liquidità necessaria per costituire tali colossi, in grado a loro volta di controllare interi pezzi di economia mondiale.

 

Il Quatar punta Valentino

E’ notizia di ieri, lanciata dal Financial Times, che Permira, la società di controllo del marchio di moda Valentino, sarebbe in trattative con l’emiro del Qatar, Al Thani, disposto a offrire 600 milioni di euro per rilevare la maison italiana. Un nonnulla, se si pensa che 600 milioni rappresentano appena poco più dell’1% dei 52 miliardi di euro di capitali in capo al fondo sovrano Qatar Investment Authority, tramite cui avverrà l’operazione.

 

I Fondi sovrani sono lo strumento per conquistare altri stati?

Ora, il problema sta tutto qua. Rispetto al recentissimo passato, quando la lotta per il controllo di una società era tra entità private, qui ci troviamo di fronte a enormi colossi pubblici, contro cui anche pur grandi public companies private poco possono. Né è possibile un raffronto con le vecchie società partecipate pubbliche del passato in Europa, che si limitavano al controllo di alcuni settori strategici interni, senza certamente ambire al controllo di fette di economie di altri stati.

Fino a quando questi soggetti si limiteranno a comportarsi come qualunque altro soggetto privato, il problema non sussisterebbe. Ma chi ci assicura che dietro non vi sia una regia, tesa al controllo di intere aree del mondo?

Bisognerebbe affrontare la questione a livello internazionale. E’ paradossale che i grandi della Terra non abbiano mai discusso seriamente di questo problema, né sarebbe possibile farlo concretamente in sessioni rituali come il G20, che al loro interno vedono la presenza di stati dotati di fondi sovrani.

Quanto meno, s’imporrebbe la necessità di una disciplina europea, che limitasse a un fondo sovrano le partecipazioni e/o i diritti di voto in assemblea in una società quotata, in modo da impedirgli in qualsiasi caso di gestire quote di controllo. Si tratterebbe proprio di una misura tesa a difendere la libertà in economia e l’essenza stessa del capitalismo, che potrebbero venire meno, se tra qualche anno ci scoprissimo tutti di proprietà di qualche stato straniero. Ma l’Europa non ha la forza per queste iniziative, avendo dovuto già barattare con la Cina, un anno fa, l’acquisto dei bond pubblici a rischio, in cambio di una maggiore flessibilità proprio su tali questioni. Proprio l’Eurozona è l’anello debole del mondo, su cui si concentreranno le mire espansionistiche dei fondi sovrani, nei prossimi anni.

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2 Commenti

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  • # 1
    Mi potete aiutare per cercare un fondo che voglia acquisire una società immobiliare ? Valore della sociata 170 milioni Con proprietà a reddito e non ..
  • # 2
    Ottima analisi, ma tra i fondi citati ne manca uno che ci riguarda molto da vicino: il Fondo Sovrano Libico. Un anno e mezzo fa avevo cercato di elencare tutte le attività da esso detenute; elenco che ora necessita di essere aggiornato. E' interessante notare che il fondo sovrano qatariota intende rilevare gran parte delle attività detenute da Tripoli. Siamo in tanti, dentro e fuori la Libia, ad aver notato come Doha stia estendendo i suoi tentacoli su tutto ciò che prima faceva capo a Gheddafi. La cosa ci riguarda da vicino, e l'economia italiana potrebbe esserne influenzata molto di più che dall'acquisto di Valentino.

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