06 luglio 2012, ore 14:30 | Borsa Milano Fiat
Fiat via dall’Italia: la resa di Passera sulle delocalizzazioniMarchionne lancia segnali e Passera risponde: nessuno può esser trattenuto in ItaliaIl ministro per lo Sviluppo Economico Corrado Passera, con un pizzico di coraggio che spesso manca alla classe politica e sindacale italiana, ha riconosciuto che se Fiat ha decidesse di abbandonare l’Italia sarebbe pienamente autorizzata a farlo. Rispondendo ad alcune domande sulle prospettive di Fiat in Italia, durante un’audizione sul dl Sviluppo, Passera ha affermato che lo Stato sta facendo il possibile per garantire la piena concorrenza ma è chiaro, ha ribadito il ministro, che se un’azienda privata italiana decidesse di abbandonare il nostro Paese ci sarebbe davvero ben poco da fare. Particolare curioso e significativo dell’intervento di Passera è stato il suo rispondere a domande sul Gruppo Fiat senza assolutamente nominare una sola volta il Lingotto.
Il discorso dell’ex ad di Intesa Sanpaolo è stato quindi generale ma forse proprio per questo motivo molto trasparente e lineare. Pur nella tragicità del discorso, Passera ha praticamente ammesso che alla luce della attuali regole l’unica cosa che lo stato italiano può fare è cercare di trattenere le aziende grazie a politiche che incentivino la concorrenza, ma è chiaro che se esso ritengono vantaggioso andare altrove possono tranquillamente farlo, nonostante ciò possa significare per lo Stato italiano una grave sconfitta. “Non c’e’ dubbio che alcune nostre aziende hanno fatto scelte che non premiano o non vengono a diretto interesse del nostro Paese. Dove possiamo intervenire lo facciamo, pero’ stiamo parlando in molti casi di scelte di aziende private“, ha affermato Passera. L’esame di coscienza del numero uno dello Sviluppo è stato completo, nel senso che il ministro non ha avuto alcun problema a riconoscere che le delocalizzazioni non solo solo dall’Italia verso altri paesi europei ma dall’Europa verso l’Asia. Un intervento che, per quanto duro ad essere digerito, riconosce che nell’epoca del turbocapitalismo le merci e le aziende sono libere di spostarsi dove più conviene. Appena due giorni fa, il numero uno del Lingotto aveva affermato che in Italia c’è uno stabilimento Fiat di troppo agli attuali livelli del mercato auto (Fiat al bivio: chiudere Cassino o osare con Chrysler?). E’ inoltre chiaro che se il massimo dell’azione governativa su questo punto può essere la creazione di misure volte a favorire la competitività allora non ci vuole la bacchetta magica per capire che un’azienda privata, in assenza di ogni interesse nazionale, abbia la piena legittimazione a spostarsi dove il lavoro costa meno, la burocrazia è più snella e i contratti di lavora sono estremamente flessibili.
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