|Finanza
01 giugno 2012, ore 23:05  |  Attualità

FESTA DELLA REPUBBLICA NEL CAOS, TRA ANTIPOLITICA E VILIPENDIO

Il terremoto in Emilia, la grave crisi economica e il declino morale delle istituzioni gettano più di un’ombra sull’opportunità di celebrare la festa del 2 giugno. A tener banco sono anche l’antipolitica e la proposta grillina di abolire il vilipendio

Il 2 giugno il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e le più alte cariche dello Stato celebreranno la Festa della Repubblica. A nulla sono valse le richieste avanzate dai comuni cittadini di sospendere le celebrazioni in seguito al recente cataclisma naturale che ha sconvolto l’Emilia. Alla luce della grave crisi economica che sta scuotendo il Paese e considerato il declino morale e culturale delle istituzioni repubblicane, è inopportuno festeggiare tale ricorrenza storica.


SI PUÒ NON FESTEGGIARE IL 2 GIUGNO

Non siamo tenuti a festeggiare ipocritamente la ricorrenza del 2 giugno, la Festa della Repubblica, solo per il vezzo di assistere passivamente a fuochi d’artificio e prestare ascolto ai rinnovati buoni propositi che i nostri rappresentanti istituzionali non manterranno. Deve essere un nostro sacrosanto diritto quello di scegliere di non prendere parte ai festeggiamenti e di non condividere i nostri valori, le nostre paure e le nostre speranze con questa classe politica. È un nostro diritto – e forse è anche un dovere morale – ripudiare apertamente la loro gestione squinternata della nostra Res Publica.


Repubblica deriva dal latino “res publica”, e significa cosa pubblica. La Res Publica appartiene dunque al cittadino. Quando la politica è in crisi, il sistema repubblicano è in crisi. Pertanto anche noi cittadini entriamo in crisi e, di conseguenza, sorge in noi la necessità di ricercare nuovi referenti politici. Il nostro disgusto – che non è in sé sprezzante – nei confronti dell’amministrazione pubblica non è – e non deve essere – accolto con scetticismo dalle cariche istituzionali. È etimologicamente incorretto definire “antipolitica” il nostro sentimento di malcontento.


Che cos’è l’antipolitica? Per spiegare il termine è necessario illustrare per sommi capi la teoria dell’agenzia. La teoria dell’agenzia mette in relazione (o in contrapposizione) due figure: il principale e l’agente. Non disponendo delle competenze tecnico-temporali per governare, il principale (il cittadino) obbliga l’agente (il politico) a ricoprire per suo conto la gestione di una mansione (la gestione della Res Publica). Ciò implica una delega di potere dal principale all’agente.


Può accadere che il comportamento opportunistico dell’agente – selezione avversa (ovvero opportunismo ex ante) e azzardo morale (ovvero opportunismo ex post) – determini l’intervento in prima persona del principale (il cittadino) al fine di riallineare gli interessi dell’agente con quelli del principale. Il comportamento opportunistico dell’agente è pertanto antipolitico perché le sue azioni non tutelano più l’interesse del principale.


ABOLIRE I REATI DI VILIPENDIO POLITICO

L’uso opportunistico che questa classe dirigente fa della Res Publica è la vera antipolitica. Si potrebbe obiettare che criticare in modo ostentato le istituzioni sia reato. L’espressione tecnico-giuridica corretta è vilipendio. Le forme più comuni di vilipendio politico sono:

  • Il vilipendio del Presidente della Repubblica (Art. 278 del codice penale);

  • Il vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate (Art. 290 del codice penale);

  • Il vilipendio alla nazione italiana (Art. 291 del codice penale).


Vi è, tuttavia, un vuoto normativo nel nostro ordinamento giuridico. Nel nostro codice penale il reato di vilipendio è stato, infatti, formulato iniquamente perché se da una parte tutela gli agenti (la classe politica), dall’altra limita le facoltà del principale (il cittadino) di dare voce al proprio malcontento. Cittadini e burocrati non sono pertanto eguali dinanzi alla legge perché tale norma disincentiva il sacrosanto diritto del cittadino di contestare verbalmente e per iscritto la cattiva gestione della Res Publica e gli eventuali atti delinquenziali delle cariche istituzionali. Sarebbe pertanto necessario attuare una revisione del codice penale abolendo il reato di vilipendio in base all’Articolo 21 della Costituzione: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

 

Sullo stesso argomento vedi anche:

2 giugno: Napolitano conferma la parata. Italiani indignati

Print Friendly

SEGUICI SUI SOCIAL
 

 

1 Commento

Per inviare un commento devi fare il login.

Lascia un tuo commento +

Emoticons :-)  :D  :mrgreen:  :(  ;-)  :roll:  :mad:

Switch to our mobile site