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24 maggio 2012, ore 12:56  |  Borsa USA Titoli azionari USA

Facebook nel caos: la borsa non è marketing Mr.Zuckerberg

Puoi avere 900 milioni di amici in rete, ma se non crei business, non puoi chiedere i soldi agli investitori Mr Zuckerberg

La trasparenza e l’accesso a tutti delle informazioni al mercato sono punti cardine del capitalismo finanziario anglosassone. Senza trasparenza, le informazioni non sarebbero attendibili, gli investitori si terrebbero in tasca i loro quattrini e lo stesso capitalismo non potrebbe esistere. Per questo, quanto sta accadendo a Wall Street, dopo l’Ipo di Facebook, è qualcosa di davvero imbarazzante per Palo Alto e per chi, come Morgan Stanley, ne ha curato la quotazione in borsa.

 

Quotazione Facebook: i numeri erano pompati

E’ accaduto, infatti, che poco prima dell’avvio dell’Ipo, Facebook ha annunciato di avere innalzato la forchetta del prezzo di emissione, portandola da 28-35 dollari a 34-38 dollari. Assieme a ciò, anche lo stock delle azioni collocate sul Nasdaq veniva accresciuto dal precedente 337,4 milioni a 421,2 milioni.

In sostanza, prezzo e quantitativo offerto venivano aumentati, sulla base della convinzione che la domanda sarebbe stata molto sostenuta. Ma già dal primo giorno e tralasciando i problemi dei ritardi nella registrazione degli ordinativi sul circuito Nasdaq, su cui ci sono indagini in corso, è stato palese che le cose non fossero esattamente come nelle previsioni. Il titolo, dopo un balzo immediato fino a 45 dollari, ripiegava ai 38,23 dollari di fine seduta, ossia ai massimi della forchetta. Si disse 6 giorni fa che si trattava di una Ipo sotto tono.

 

Facebook ha già lasciato per strada 14 mld: non male Mr. Zuckerberg!

Il tracollo, invece, è arrivato lunedì, quando il social network ha perso in borsa un sonoro 11% e malgrado la borsa americana chiudesse in positivo. Il titolo scendeva a 34 dollari, ai minimi della forchetta fissata, dopo essere sceso fino a 33 dollari. Martedì, la crisi era ancora più nera, con le azioni crollate a 31 dollari, ben al di sotto del range dell’Ipo. Ieri, un tiepido rimbalzo del 2%, dovuto forse più a motivi tecnici che a una svolta nel sentiment degli investitori. In quattro sedute, il titolo ha perso il 14% circa, facendo passare il valore di capitalizzazione dai 104 miliardi dell’avvio a circa 90 miliardi e rotti.

 

Ricavi Facebook: non si nascondono le carte Mr. Zuckerberg

E due giorni fa, all’imbarazzo dell’andamento in borsa, si aggiunge quello delle stime sui ricavi: dopo le analisi di vari istituti, anche Palo Alto ha dovuto ammettere che le prospettive sul fatturato a breve sono negative, a causa del fatto che molti utenti si sposterebbero dall’accesso da computer a quello su smartphone, dove gli introiti pubblicitari sono inferiori.

E qui casca l’asino! Se questo è vero, allora perché ciò non è stato divulgato prima al mercato? Come mai Morgan Stanley ha piazzato i titoli con così tanto entusiasmo, quando era evidente che fosse già in possesso di previsioni non positive sul business? D’altronde, solo prospettive robuste avrebbero potuto giustificare la quotazione di un titolo, per una capitalizzazione complessiva di cento volte in più il valore degli utili prodotti nel 2011 (104 miliardi per un miliardo appena di profitti!).

 

Class Action contro Facebook: studi legali in prima linea

E allora, ecco che da più parti negli USA, diversi studi legali si stanno attrezzando per fare causa a Facebook e alle banche che hanno sostenuto l’Ipo. Due sono le tipologie di accuse che vengono additate alla creatura di Zuckenberg: non avere comunicato al mercato dati negativi di cui già si disponeva; avere comunicato tali dati solo a una cerchia ristretta di clienti delle banche coinvolte nell’operazione.

E così lo studio legale Robbins Geller Rudman & Dowd ha annunciato di avere presentato un esposto alla Corte Distrettuale di New York, per presunta violazione da parte di Facebook della legge finanziaria. Lo studio Lieff Cabraser & Bernstein annuncia un esposto per presunta violazione delle leggi che regolano l’Ipo contro Facebook e le banche. Infine, un esposto simile è stato presentato da un legale di uno studio di Los Angeles, Glancy, Binkow & Goldberg.

Le azioni collettive contro Zuckenberg e le banche potrebbero, quindi, costare caro al fondatore del social network e al consorzio bancario che si è occupato dell’operazione di quotazione in borsa. Si pensi, ad esempio, che alcuni risparmiatori hanno acquistato le azioni a 42, forse anche a 45 dollari, trovandosi in tre giorni soltanto un titolo che non ne vale oltre 32-33 dollari, con una perdita di circa un quarto del suo valore.

Morgan Stanley si è limitata a comunicare di avere seguito l’Ipo di Facebook come tutte le altre, senza particolarità. Sta di fatto che i finanzieri e gli analisti di Wall Street sono stupefatti e ammettono che si tratta della prima volta nella storia delle Ipo, che a qualche giorno dalla quotazione di una società escono stime negative su di essa, prima non a disposizione del mercato (Facebook: ingiunzione a Morgan Stanley per la gestione dell’Ipo)

 

Il messaggio del mercato a Facebook

Una brutta figura per i manager del social network, che sulla trasparenza della comunicazione avevano generato il loro business. Wall Street ha mandato un responso impietoso a Zuckenberg e ai suoi collaboratori: puoi avere 900 milioni di amici in rete, ma se non crei business, non puoi chiedere i soldi agli investitori.

Tuttavia, nemmeno i piccoli risparmiatori potrebbero accampare molte scuse. Già prima della quotazione di sei giorni fa erano stati in molti a mettere in guardia da un’euforia ingiustificata, tanto che gli stessi grandi soci del circuito secondario in cui il social network era quotato, avevano annunciato la cessione di parte rilevante delle azioni in loro possesso. E’ il caso, ad esempio, di Goldman Sachs, che aveva annunciato la vendita del 40% del pacchetto del 23% detenuto in Facebook.

Sulla stampa finanziaria di tutto il mondo, gli esempi si sprecavano, per sottolineare come 100 miliardi di capitalizzazione fossero eccessivi, visto che la floridissima Apple quota oggi a circa 19 volte gli utili, contro i 100 di Facebook. E Google intorno a 14.

Qualche segnale negativo era giunto anche dai grandi inserzionisti pubblicitari, con General Motors a rinunciare a fare pubblicità sul social network, giudicandola non efficace. Insomma, chi ha voluto sentire, ha sentito. C’è chi si è fatto prendere dall’euforia, o meglio, dalla convinzione che l’euforia generale fosse in grado di bypassare tutte le voci negative che provengono dai dati reali e contabili della società.

E per non parlare delle critiche anche dure contro il Ceo, giudicato come “un bambino in un negozio di caramelle, che vuole comprarle tutte“. Il riferimento sulla stampa americana era all’acquisto da parte di Zuckenberg di Instagram per un miliardo, prezzo giudicato eccessivo per un’applicazione che consente di scaricare e condividere foto su smartphone e tablet. Gli analisti erano stati chiari: questi atteggiamenti non saranno più tollerabili dal momento in cui Facebook sarà quotata in borsa, perché bisognerà rispondere agli azionisti dei propri atti.

C’è già chi prevede che il prezzo di equilibrio debba essere tale da dare un valore di capitalizzazione complessiva di 60 miliardi. In altre parole, il titolo dovrebbe scendere fino a 22-23 dollari. E c’è chi, invece, sulla stampa americana grida contro Morgan Stanley, sostenendo che se il prezzo dell’Ipo fosse stato di 15 dollari, adesso esso sarebbe già anche a 45 dollari, mentre la quotazione a caro prezzo avrebbe disincentivato tutti ad acquistare.

Più in generale, tutti chiedono a Palo Alto più trasparenza, maggiori informazioni su cosa si voglia fare con il business e come s’intenda accrescere i ricavi. Se la pubblicità non basta, allora si mettano più servizi a pagamento. E’ finita la pacchia del fighettismo senza spiegazioni. Da oggi, Zuckenberg dovrà fare i conti con i numeri reali, non con le belle parole da capitalista pseudo-sognatore.

 

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