INCHIESTA CRISI EUROZONA / 9 – Il tramonto delle teorie keynesiane

A distanza di ottant’anni la teoria keynesiana del deficit spending può considerarsi superata. Ritornerà in voga la finanza neutrale?

Nello scritto del 1930 “Possibilità economiche per i nostri nipoti” l’economista inglese John Maynard Keynes descrive con lucidità la situazione economica e sociale degli anni della Grande Depressione. Sono anni durante i quali s’infervora il dibattito sull’efficacia della legge di Say e della finanza classica, concezioni che secondo molti, Keynes in primis, hanno portato alla deriva le economie della prima metà del XX secolo.

Con lo scoppio della Grande Depressione le dottrine economiche dell’economista inglese riscuotono un enorme successo e rapidamente si sostituiscono al leitmotiv del laissez faire: la finanza neutrale. Secondo i fautori della finanza neutrale, i conti pubblici devono mirare al pareggio di bilancio o a un avanzo d’esercizio così da destinare ogni potenziale surplus al rimborso del debito pubblico. La teoria keynesiana – spesso nota anche come finanza funzionale – si pone in antitesi all’economia neoclassica e offre un nuovo approccio all’analisi dei fenomeni economici. Keynes critica le concezioni di Say e degli economisti neoclassici secondo cui il mercato è capace di autoregolarsi e l’offerta è sempre in grado di generare domanda. Secondo l’economista inglese, invece, il detentore di moneta può essere motivato a trattenerla invece che a spenderla. Pertanto, quando la domanda interna è debole, spetta alla funzione pubblica incrementare la domanda degli enti privati. Secondo Keynes, infatti, per rilanciare le economie depresse – come quelle degli anni successivi alla crisi del ’29 – lo Stato può usare la spesa pubblica in disavanzo per compensare l’insufficiente spesa privata e, pertanto, produrre una domanda effettiva aggiuntiva in grado di incrementare l’attività produttiva e, al tempo stesso, generare reddito aggiuntivo e creare nuovi posti di lavoro.

Oggigiorno le teorie keynesiane sono così radicate nella cultura occidentale da essere considerate come le uniche e infallibili leggi universali dell’economia. Alla luce dell’attuale crisi economica, gli economisti e i rappresentanti istituzionali hanno a più riprese evidenziato la necessità da parte di governi e banche centrali di sostenere l’economia agendo da prestatori di ultima istanza. Ciò è stato possibile ricorrendo ai convenzionali strumenti di debito. Concezioni quali emissione di moneta a debito, alleggerimento quantitativo (creazione di moneta a fronte dell’acquisto di titoli di Stato) e incentivi alla crescita sono stati il leitmotiv della finanza dal dopoguerra fino ai nostri giorni. Siamo soliti ritenere che spetti alle autorità statali e monetarie debellare le crisi e rilanciare le economie. Secondo il keynesiano Adam Posen, membro del Comitato delle Politiche Monetarie della Banca d’Inghilterra, gli organismi centrali hanno, infatti, la responsabilità morale di adoperarsi al miglioramento delle condizioni economiche degli enti privati. Ma se da una parte le istituzioni – specie quelle sovranazionali – hanno il compito di regolamentare il mercato e favorire una crescita sostenibile, è altresì vero che le esigenze sono cambiate. Applicare le soluzioni adottate ai tempi della Grande Depressione per porre rimedio alla Grande Crisi del nuovo millennio potrebbe non solo non bastare, ma persino aggravare il quadro economico corrente.

 

A distanza di ottant’anni la teoria keynesiana può considerarsi superata. I motivi sono noti. In primis, la cultura dello spendere a debito (deficit spending) è finita su un binario morto. Non si può pensare di superare la crisi del debito invogliando gli Stati ad accumunarne di nuovi attraverso l’aumento della spesa pubblica. Né può considerarsi sufficiente ricorrere a politiche monetarie quali l’alleggerimento quantitativo. Nel recente passatola Federal Reserve ela Banca d’Inghilterra hanno impiegato a più riprese questo strumento per fronteggiare la crisi.La Banca Centrale Europea è anch’essa ricorsa a questa strategia monetaria non convenzionale reperendo sul mercato secondario i titoli sovrani a rischio default presenti nei portafogli degli istituti bancari nel tentativo di sterilizzare il mercato dei bond e fermare l’ascesa dei rendimenti degli stessi. Si tratta in ogni caso di una soluzione estemporanea che non risolve alla radice i problemi sistemici e di bilancio degli Stati. Né è sufficiente pensare di rilanciare le economie attraverso una politica di stimoli fiscali. Gli sgravi fiscali e gli stimoli economici, di fatto, fanno parte di una strategia a breve gittata in grado di generare una domanda aggiuntiva nel breve periodo, ma che NON pongono rimedio ai sottostanti problemi strutturali. Aumentare il disavanzo statale – come teorizza Keynes – è possibile se la base debitoria iniziale è contenuta. In condizioni dove il debito pubblico complessivo è maggiore rispetto al prodotto interno lordo, una politica keynesiana di rilancio dell’economia attraverso l’aumento del disavanzo rischia di accrescere il rischio d’insolvenza di Stati ed enti privati.

Se è vero chela Storia segue un andamento ciclico caratterizzato dal periodico ripetersi di eventi, non è impensabile presupporre che una tale visione possa essere applicata anche alle teorie economiche. La politica keynesiana del deficit spending potrebbe quindi essere nuovamente soppiantata dalla finanza neutrale. Per lo meno fino al sorgere della prossima crisi sistemica.

 

 

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