Btp a 2 anni – Btp a 10 anni: se la curva rendimenti si inverte

Cosa vuol dire se la curva dei rendimenti inverte la sua pendenza, ovvero se un Btp a 2 anni rende più di un Btp a 10 anni

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Si parla molto di curva dei rendimenti di un Titolo di Stato, ma cos’è? Si tratta di un grafico, con in ascissa, ovvero alla base del grafico, delle scadenze temporali che vanno da 1 mese a 30 anni, mentre in verticale, ovvero in ordinata ci sono i rendimenti percentuali.

Per capirci, ci saranno quei 2 anni, 5 anni, 10 anni, 15 anni, di cui abbiamo tanto sentito parlare in questi giorni, quando le notizie su siti web, tra cui il nostro, ci hanno raccontato di Btp a 2 anni, a 5 anni, a 10 anni e cosi via. C’è anche il Btp ad 1 anno.

Normalmente questa curva assume l’andamento in figura, un andamento che si chiama “inclinato”, con i rendimenti a 10 anni ad esempio che sono più alti del rendimento a 2 anni. Ma perchè è normalmente così? Perchè comprare un Btp a 10 anni, ovvero un Buono del Tesoro a 10 anni, significa tenere fermi i proprio soldi per 10 anni, ed è ovvio che questo Btp deve avere una remunerazione, ovvero un interesse, maggiore: io presto i miei soldi per un lungo periodo, e quindi privandomene a lungo, e correndo diversi rischi, uno dei quali una crescita dell’inflazione che spiegheremo tra poco, solo se ne ricavo un premio alto, tanto alto da convincermi.
Insomma, è una questione di rischio, tenere fermi i soldi a lungo implica un rischio naturale (un paese potrebbe anche fallire, chiedete agli argentini).

L’inflazione è un fattore da tenere sempre in conto, perchè comporta una svalutazione del proprio denaro. Se l’economia di un paese è in fase di ripresa, che segue una fase di recessione, c’è da tenere in conto che l’inflazione potrebbe salire. L’inflazione tende sempre, o quasi sempre, a salire nelle fasi di espansione economica. Quindi tenere fermi i soldi per 10 anni su un Btp a 10 anni, significa dover anche fronteggiare una loro svalutazione dovuta all’inflazione, ecco perchè i rendimenti dei Btp a 10 anni sono superiori in fase di espansione a quelli a 2 anni.

 

INVERSIONE CURVA RENDIMENTI – Un classico motivo di inversione è la paura, concreta, di un fallimento del paese che emette il Btp.
Un paese che rischia deve, per poter piazzare in una asta di Btp (come quella che ci sarà lunedì 14 novembre, durante la quale il Tesoro italiano chiederà al mercato di acquistare Btp pubblici a 5 anni) offrire rendimenti alti.
Se l’Italia è considerata a richio, il Tesoro deve “remunerare” molto chi compra i suoi Btp, altrimenti, se non offrisse degli interessi molto alti, rischierebbe di non riuscire a piazzare tali Btp. E se il Tesoro non piazza dei Btp significa che non incassa denaro che gli occorre assolutamente, per pagare le spese dello Stato.

Ed oggi è successo un fatto gravissimo:  i rendimenti Btp a 2 anni hanno superato i rendimenti Btp a 10 anni (Testo Maxiemendamento a Legge Stabilità.. Senato, 18:30 .. tic toc .. tic toc).

E questo è accaduto alla Grecia, per citare l’esempio più recente. Guardiamo ad esempio il grafico della curva dei rendimenti greca, qui al fianco, disegnata il 28 aprile del 2010.

 

Vi sarebbe al momento un’attesa degli operatori europei per un taglio ulteriori dei tassi di interesse, viste le voci di un rallentamento nella crescita dell’economia europea, e di una più bassa inflazione prevista.

Gli operatori  hanno ora tutto l’interesse nel comprare titoli a più lunga durata, riducendo la domanda sulle durate più brevi. Ma proprio questo provoca un aumento dei tassi a breve e una riduzione di quelli a lungo.

Quindi già questo tenderebbe a invertire la curva dei rendimenti, e c’è da dire che in UK, nel 2004, successe proprio questo.

Tuttavia, lo scenario delle attese si intreccia nel nostro caso con un altro ben più influente, vale a dire dei timori di un possibile default.

Se gli investitori temono che l’Italia possa non essere in grado di rispettare le prossime scadenze per il rimborso dei bond, allora considereranno a rischio soprattutto il medio-breve periodo, cioè l’arco temporale che va da oggi fino ai prossimi 2-5 anni. E questo è quanto è già accaduto in Grecia, dove anche la scorsa settimana, alla notizia che il premier Papandreou avesse indetto un referendum sugli aiuti europei e connesso piano di austerità, i rendimenti biennali erano esplosi al 107%, mentre quelli decennali erano rimasti pressochè intorno al 23-24%.

Dunque, ciò che sta accadendo in Italia, ovvero un’inversione della curva dei rendimenti, che tendenzialmente da crescente rischia di avere un andamento piatto o addirittura decrescente, con Btp a breve durata che vedono crescere la propria remunerazione (quindi lo Stato deve versare maggiori interessi),  è un segnale gravissimo. Il costo di rifinanziamento dell’Italia potrebbe vedere un progressivo aggravio sui BoT e Btp di breve durata, peggiorando ulteriormente i conti dello Stato.

Ad un certo punto potrebbe innescarsi un vero e proprio circolo vizioso, che porterebbe al default del nostro paese. Qualche giorno fa l’interesse oltre il quale si rischia l’innesco di tale circolo vizioso è stato stabilito intorno all’8%, maggiore di quel 7% che mise in ginocchio la Grecia; maggiore grazie al fatto che la nostra economia è nettamente maggiore. Ma ormai siamo vicini a quell’8%. Speriamo di non dover mai fare un aggiornamento a questo articolo per dire che quel limite lo abbiamo superato.

 

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