|Economia
25 giugno 2012, ore 08:47  |   Economie Europa

Sarà la teoria economica o la storia a decretare la fine del Progetto Europa?

La teoria delle aree monetarie ottimali e una serie di precedenti storici spiegano i motivi per cui il «Progetto Europa» di Jean Monnet, François Perroux e Robert Schuman è destinato a soccombere.

Il sistema monetario in vigore nell’Eurozona presenta una peculiarità senza precedenti nella Storia: da dieci anni diciassette Paesi adottano una divisa comune cui non corrisponde alcuno Stato. La questione in sé è stupefacente se si considera che i padri fondatori dell’Europa unita teorizzarono già nel 1943 sia la creazione di un soggetto politico sovrano sia l’istituzione di una banca centrale e di una moneta unica in grado di governare le dinamiche economiche di questa nuova entità sovranazionale. Memori del fallimento dei precedenti esperimenti monetari europei – si pensi alle unioni monetarie latine e scandinave sorte nella seconda metà del XIX secolo – i fautori del Progetto Europa ritennero necessario prendere a modello il Reich tedesco, un soggetto politico concepito nel 1834 – con la realizzazione di un’unione doganale – e portato a compimento nel 1871 con la costituzione dell’Impero e l’istituzione di una divisa unica (il marco oro). Tentativi di unione monetaria in Europa dall’antichità al XIX secolo

Per porre rimedio all’anomalia della «moneta senza Stato» e risollevare le sorti economiche dell’Eurozona, i leader europei sembrano ora intenzionati a colmare questa lacuna storica portando a compimento il processo di unificazione politica ed economica dell’area. Eurobond e Stati Uniti d’Europa: una rischiosa scommessa a lungo termine

Se da una parte la creazione degli Stati Uniti d’Europa potrebbe colmare una lacuna storica, dall’altra potrebbe non risolvere affatto le problematiche socio-economiche dell’Eurozona. Per comprendere il motivo per cui l’unione monetaria è destinata a fallire, è necessario illustrare per sommi capi la teoria delle aree valutarie ottimali. Elaborata dall’economista canadese Robert Mundell nel 1961 e basata sul lavoro di James Meade e Milton Friedman, la teoria mette a confronto i regimi a cambio fisso (area o unione valutaria tra due o più stati) e quelli a cambio variabile (oscillazione libera dei tassi di cambio).

 

LA TEORIA ECONOMICA DELLE AREE MONETARIE OTTIMALI IN UN MERCATO COMUNE: OSCILLAZIONE VALUTARIA E UNIONE MONETARIA A CONFRONTO

Quando due o più soggetti a moneta sovrana creano un mercato comune, può accadere che i consumatori modifichino le preferenze, passando dai prodotti di un paese (Paese A) a quelli di un altro membro dell’area economica (Paese B). Questo cambiamento determina uno spostamento nelle curve di domanda e offerta aggregata creando una serie di scompensi (shock asimmetrici). Nel Paese A, a fronte della riduzione della domanda per prodotti e servizi interni, avverrà una contrazione dei prezzi al consumo e dell’occupazione mentre il Paese B vivrà una fase d’espansione economica caratterizzata da un aumento della domanda industriale e occupazionale.

Per riequilibrare le curve di domanda e offerta aggregata, il Paese A deprezzerà la propria valuta nei confronti del Paese B per evitare l’aumento della disoccupazione e un deterioramento della bilancia commerciale.

In un regime a cambio fisso il riallineamento dei prezzi relativi – che è necessario per riportare le due economie in equilibrio – dovrà, invece, avvenire attraverso le variazioni dei prezzi e dei salari relativi, oppure attraverso lo spostamento da un paese all’altro di fattori produttivi. Per potare a compimento questo processo di osmosi economica, attutire i derivanti shock asimmetrici e – allo stesso tempo – mantenere intatti gli assetti economico-monetari dell’area economica, sarà necessario attuare una ridistribuzione dei redditi dal Paese B (il cui output è aumentato) al Paese A (il cui output è diminuito).

 

SARÀ LA STORIA O LA TEORIA ECONOMICA A DECRETARE LA FINE DEL «PROGETTO EUROPA»?

Il raggiungimento dello stato di equilibrio tra domanda e offerta aggregata all’interno di un’area monetaria presuppone, pertanto, la presenza di meccanismi in grado di regolare le dinamiche economiche e politiche tra gli Stati Membri. Sebbene i trattati comunitari – e in particolar modo il Trattato di Maastricht del 1992 – abbiano gettato le basi per la creazione di un mercato comune e l’armonizzazione dei meccanismi che regolano le attività monetarie ed economiche dell’area, la loro attuazione è, tuttavia, incompleta. A vent’anni di distanza da Maastricht, l’Europa non è, infatti, ancora riuscita a livellare le differenze normative tra gli Stati Membri.

I capisaldi della teoria delle aree valutarie ottimali in un mercato comune a moneta unica – la flessibilità salariale e dei prezzi, la mobilità dei fattori produttivi da un paese all’altro e l’esistenza di una vera unione fiscale – non trovano riscontro entro i confini virtuali dell’Eurozona. Indubbiamente le differenze culturali e linguistiche – oltre a quelle di carattere economico e legale – rendono l’applicazione della teoria di difficile attuazione. Anche a fronte della creazione di un soggetto politico europeo, difficilmente la Sovrana Europa riuscirà ad amalgamare culture e sistemi economici che per motivi storici continueranno a differire profondamente tra di loro. Persino ai tempi dell’Impero Romano – che in virtù della propria estensione geografica può essere equiparato al Progetto Europa – si riconobbe la necessità di salvaguardare le particolarità locali. Impedire ciò nella moderna Europa, oltre a essere antidemocratico, rappresenterebbe una pericolosa anomalia storica e getterebbe le basi per un inevitabile ritorno allo status quo ex ante.

 

 

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6 Commenti

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  • # 1
    come fa ad esserci una unione monetaria o fiscale tra paesi come la Grecia, che continuano ad AUMENTARE il numero di dipendenti pubblici, mentre altri paesi mantengono costante la spesa pubblica? Non si tratta di avere tasse uguali per tutti, o percentuale di evasione fiscale uguale per tutti, si tratta di avere un organo dello stato che impedisca gli sprechi da parte dei vari organi statali, a tutti i livelli, che abbia un vero potere d'intervento sovranazionale. Nessuno parla di istituire un tale organo.
  • # 2
    Comprendo il discorso del sig. Andreoli ma non lo condivido. Sarebbe il colmo se fosse Bruxelles a decidere il numeero di dipendenti pubblici da assumere o licenziare! Già ci impongono governi e meccanismi “rapina” (come l’ESM)… Che cosa ne sanno a Bruxelles della spesa pubblica del Molise o della Val d’Aosta? Pensi davvero che creando una “spending review” europea si risolvano i problemi che sappiamo tutti invece non essere un problema di “debito” in sé ma di sovranità monetaria?
  • # 3
    Può esistere un'unione europea che non "decide il numero di dipendenti pubblici da assumere o licenziare"? E' normale che la Grecia assuma 70.000 dipendenti pubblici? E' normale l'assunzione dei 18.000 forestali in Calabria? Bruxelles può anche non sapere niente della spesa pubblica del Molise della Grecia o della Calabria "MA" allora queste economie non devono gravare sulle finanze centrali, dovrebbero spendere o spandere denari propri e non della comunità; Bruxelles sa statisticamente quanti dipendenti pubblici servono per far funzionare una comunità "normale", se in alcune regioni ne servono 100 volte tanti (sussustenza) non possono ne' devono gravare sulla comunità; questo si chiamerbbe FEDERALISMO.
  • # 4

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